Quando ho iniziato a raccogliere i piani di transizione energetica delle società quotate italiane, mi aspettavo uno scenario piuttosto uniforme. Mi sbagliavo. La varietà degli approcci, la qualità della documentazione e soprattutto il rapporto tra quanto dichiarato e quanto effettivamente investito differiscono in modo radicale tra un'azienda e l'altra.

Che cosa abbiamo misurato

Per ogni azienda del campione abbiamo estratto tre indicatori dal report di sostenibilità e dal piano industriale: l'obiettivo dichiarato di riduzione delle emissioni (espresso in percentuale rispetto all'anno base), il capitale investito in progetti di transizione energetica nell'anno di riferimento, e la quota di energia rinnovabile sul consumo totale.

Poi abbiamo confrontato questi dati con quanto riportato nei bilanci depositati presso Consob. La domanda era semplice: i numeri tornano?

Il campione

Le 40 società dell'indice FTSE MIB coprono settori molto diversi tra loro. Il confronto ha senso solo all'interno di ciascun settore. Per questo motivo, abbiamo raggruppato le aziende in sei cluster: energia, industria pesante, manifatturiero, servizi finanziari, telecomunicazioni e beni di consumo.

Investimenti dichiarati vs. investimenti effettivi

Ecco il dato più interessante dell'intera analisi. Nel 2023, le 40 aziende del FTSE MIB hanno dichiarato complessivamente 28,6 miliardi di euro di investimenti legati alla transizione energetica. Di questi, circa 19,1 miliardi sono stati effettivamente rendicontati nei bilanci con voci specifiche e verificabili. La differenza, 9,5 miliardi, è costituita da impegni pluriennali non ancora contabilizzati o da voci generiche di "sviluppo sostenibile" che non abbiamo potuto attribuire con certezza a progetti specifici.

Investimenti in transizione energetica per settore (2023, miliardi di euro)
Settore Dichiarati Rendicontati Tasso di corrispondenza
Energia e utility 14,2 11,8 83%
Industria pesante 5,1 2,9 57%
Manifatturiero 3,8 2,4 63%
Finanza 3,2 0,9 28%
TLC 1,5 0,8 53%
Beni di consumo 0,8 0,3 38%

Il settore energetico ha il tasso di corrispondenza più alto (83%). Ha senso: le utility italiane stanno effettivamente costruendo impianti rinnovabili e chiudendo centrali fossili. Gli investimenti sono visibili, misurabili e in molti casi coperti da autorizzazioni pubbliche verificabili.

Il settore finanziario, invece, mostra un tasso di corrispondenza del 28%. Il motivo non è necessariamente la malafede. Gli "investimenti in transizione" delle banche includono spesso il finanziamento di progetti sostenibili presso clienti terzi, una voce che sfugge al bilancio della banca stessa e si colloca nel portafoglio crediti. La metodologia di calcolo varia enormemente tra un istituto e l'altro.

Le rinnovabili nel mix energetico

Sulla quota di energia rinnovabile consumata, il quadro è eterogeneo. Le aziende che operano in settori ad alta intensità energetica (siderurgia, cemento, carta) hanno quote di rinnovabili tra il 15% e il 30%. Le aziende di servizi (banche, assicurazioni, TLC) superano spesso il 70%, ma il dato è fuorviante: si tratta di uffici, non di stabilimenti produttivi. Basta acquistare certificati di energia verde per spostare l'ago.

Questo è un punto su cui insistiamo nei nostri report ARETI. La quota di rinnovabili consumata è un indicatore utile solo se confrontato con il profilo energetico del settore. Un'azienda manifatturiera che raggiunge il 25% di rinnovabili sul consumo totale sta facendo uno sforzo reale. Un'azienda di servizi che dichiara il 90% potrebbe semplicemente aver firmato un contratto con un fornitore di energia verde.

Il caso dell'industria pesante

La siderurgia e il cemento sono settori difficili da decarbonizzare. Le tecnologie per la produzione a zero emissioni (idrogeno verde per l'acciaio, cattura del carbonio per il cemento) esistono in fase sperimentale ma non sono ancora scalabili a costi competitivi. Le aziende italiane del settore sono consapevoli di questo vincolo. I loro piani di transizione lo riconoscono apertamente, il che è un segno di onestà intellettuale che va registrato.

Obiettivi al 2030: chi è credibile?

Tutte le 40 società del FTSE MIB hanno obiettivi di riduzione delle emissioni al 2030. La maggior parte dichiara target tra il 30% e il 55% rispetto all'anno base (solitamente il 2019 o il 2020). Abbiamo classificato gli obiettivi in tre categorie in base alla loro coerenza con gli investimenti effettivi:

  • Credibili: gli investimenti attuali, se mantenuti, sono sufficienti a raggiungere il target (14 aziende)
  • Parzialmente credibili: servirebbe un'accelerazione significativa degli investimenti (18 aziende)
  • Poco credibili: il gap tra impegni e investimenti è troppo ampio (8 aziende)

Non è una scienza esatta. La classificazione si basa su proiezioni lineari che non tengono conto di possibili discontinuità tecnologiche o normative. Ma fornisce un'indicazione di massima sulla serietà della pianificazione aziendale.

Un'osservazione finale

La transizione energetica delle grandi imprese italiane è in corso. Questo è innegabile. Ma la velocità è insufficiente rispetto agli obiettivi europei e globali. Il problema non è la mancanza di consapevolezza: tutti i piani che abbiamo letto dimostrano una comprensione accurata delle sfide. Il problema è il ritmo degli investimenti. Tra il dichiarato e il rendicontato c'è un divario che, in alcuni settori, supera il 40%.

Per i ricercatori che lavorano su questi temi, la sfida dei prossimi anni sarà monitorare se gli impegni si traducono in progetti concreti. Noi continuiamo a raccogliere i dati. Il resto spetta a chi legge.

Questo articolo presenta dati di ricerca raccolti da fonti pubbliche. Non costituisce analisi finanziaria, raccomandazione di investimento né valutazione dell'attrattiva di alcun titolo.