Partiamo da un dato secco. Le 30 società che abbiamo analizzato hanno emesso complessivamente 87,4 milioni di tonnellate di CO2 equivalente nel 2023 (scope 1 e scope 2 combinati). È un numero in calo dell'1,8% rispetto al 2022, ma in aumento dello 0,6% rispetto ai livelli pre-pandemia del 2019. Insomma, la tendenza non è univoca.
Per contestualizzare: stiamo parlando di società che rappresentano circa il 65% della capitalizzazione totale dell'indice FTSE MIB. Non è un campione rappresentativo dell'intera economia italiana, e non pretendiamo che lo sia. È un perimetro di ricerca che abbiamo scelto per coerenza con il nostro framework ARETI.
Il quadro generale: chi inquina di più
La distribuzione delle emissioni è fortemente concentrata. Le prime cinque aziende per emissioni scope 1 totalizzano il 71% del volume complessivo del campione. Si tratta, nell'ordine, di società attive nei settori energetico, petrolifero, siderurgico, cementiero e del trasporto aereo. Nulla di sorprendente, direi. La struttura produttiva italiana non è cambiata radicalmente negli ultimi anni, almeno non per quanto riguarda i grandi emettitori.
| Settore | Emissioni scope 1 | Variazione 2022-2023 | N. aziende nel campione |
|---|---|---|---|
| Energia e utility | 38,2 | -3,1% | 6 |
| Petrolifero e gas | 14,7 | +1,2% | 3 |
| Siderurgico e materiali | 9,8 | -0,5% | 4 |
| Manifatturiero | 7,1 | +2,4% | 8 |
| Trasporti | 5,3 | +4,1% | 3 |
| Finanza e assicurazioni | 0,8 | -6,2% | 4 |
| Altro | 11,5 | -1,0% | 2 |
Un dato che merita attenzione: il manifatturiero segna un +2,4%. In un anno in cui la produzione industriale italiana è sostanzialmente stabile, questo aumento suggerisce che l'efficienza energetica degli impianti non è migliorata nella misura necessaria. Abbiamo verificato i dati incrociandoli con il registro E-PRTR dell'Agenzia Europea dell'Ambiente e le discrepanze sono minime, inferiori al 3%.
Scope 2: il ruolo dell'elettricità acquistata
Le emissioni scope 2, quelle legate all'energia elettrica e al calore acquistati, sono più difficili da interpretare di quanto sembrerebbe. Il motivo è il doppio conteggio metodologico: alcune aziende dichiarano le scope 2 con il metodo "location-based" (basato sul mix energetico della rete dove operano), altre con il metodo "market-based" (che tiene conto degli acquisti di energia rinnovabile certificata). I risultati cambiano anche del 40%.
Location-based vs. market-based
Abbiamo scelto di riportare entrambi i valori quando disponibili. Nel 2023, 22 aziende su 30 fornivano il dato con entrambi i metodi. Le restanti 8 si limitavano al location-based, il che rende il confronto più conservativo. In termini aggregati, le scope 2 location-based ammontano a 12,3 milioni di tonnellate CO2eq; le market-based scendono a 8,7 milioni. La differenza, 3,6 milioni di tonnellate, corrisponde agli acquisti di energia rinnovabile certificata.
Il caso del settore finanziario
Le banche e le assicurazioni nel campione hanno emissioni scope 1 e 2 molto basse in termini assoluti. Sembra ovvio: un ufficio consuma meno energia di una acciaieria. Ma il punto interessante è un altro. Le scope 3 delle banche, che includono le emissioni finanziate attraverso prestiti e investimenti, sono enormi. Purtroppo, la qualità del reporting scope 3 resta troppo eterogenea per un'analisi comparativa affidabile. Ne parleremo in un articolo dedicato.
Chi ha ridotto davvero e chi no
Ecco la parte che ci interessa di più. Tra le 30 aziende, 17 hanno ridotto le emissioni scope 1+2 nel triennio 2022-2024, 11 le hanno aumentate e 2 sono rimaste sostanzialmente stabili (variazione inferiore allo 0,5%).
Le riduzioni più significative riguardano il settore energetico. Tre utility hanno registrato cali superiori al 5% grazie alla chiusura di centrali a carbone e all'ingresso di nuova capacità rinnovabile. È un trend reale, documentato anche dai dati Terna sulla produzione elettrica nazionale.
Dall'altra parte, le aziende di trasporto hanno aumentato le emissioni del 4,1%. Il traffico aereo e marittimo è tornato ai livelli pre-pandemia, e i biocarburanti rappresentano ancora una frazione marginale del mix. Dire che "la transizione è in corso" sarebbe generoso: i dati raccontano un settore che fatica a spostare l'ago della bilancia.
- 17 aziende: riduzione emissioni scope 1+2 (2022-2024)
- 11 aziende: aumento emissioni scope 1+2
- 2 aziende: variazione non significativa (<0,5%)
- Miglior risultato: -12,3% (utility, chiusura impianti a carbone)
- Peggior risultato: +8,7% (trasporto aereo, ripresa traffico)
Il problema della comparabilità
Un aspetto tecnico che vale la pena sottolineare. Non tutte le aziende del campione usano gli stessi perimetri di consolidamento. Alcune includono le controllate estere, altre si limitano alle operazioni italiane. Alcune escludono le joint venture, altre le includono proporzionalmente. Questo significa che il confronto diretto tra due aziende dello stesso settore può essere fuorviante se non si legge la nota metodologica a piè di pagina del report di sostenibilità.
Per mitigare il problema, nei nostri report completi normalizziamo i dati per fatturato e per addetto, fornendo sia il dato assoluto sia l'intensità emissiva. Ma la normalizzazione non risolve tutto. Diciamolo apertamente: la standardizzazione del reporting ESG resta un obiettivo lontano, nonostante gli sforzi dell'EFRAG e della direttiva CSRD.
Cosa cambia con la CSRD
La direttiva europea sulla rendicontazione di sostenibilità (CSRD) è entrata in vigore a gennaio 2024 e si applicherà progressivamente a tutte le grandi imprese quotate. Quando sarà a regime, le aziende dovranno seguire standard comuni (gli ESRS) per il reporting ESG. Questo dovrebbe migliorare la comparabilità dei dati. Nel frattempo, lavoriamo con quello che c'è.
Conclusioni: cosa dicono i numeri
Il quadro complessivo è in chiaroscuro. La decarbonizzazione delle grandi società quotate italiane procede, ma a velocità insufficiente rispetto agli obiettivi dell'Accordo di Parigi. Il settore energetico mostra progressi tangibili, trainato dalla chiusura del carbone. Il manifatturiero e i trasporti arrancano.
Per noi ricercatori, il dato più rilevante non è il volume assoluto di emissioni. È la qualità del reporting. Le aziende che forniscono dati granulari, verificabili e metodologicamente coerenti tendono anche a mostrare risultati migliori nella riduzione effettiva. Correlazione, non causalità. Ma è un segnale che vale la pena monitorare.
Questo articolo presenta dati di ricerca raccolti da fonti pubbliche. Non costituisce analisi finanziaria, raccomandazione di investimento né valutazione dell'attrattiva di alcun titolo. Le azioni menzionate sono oggetto di studio ambientale, non di consulenza finanziaria.